GIAN PAOLO CAVAGNA

Adorazione dei magi / 1595-1600 CIRCA

Nella Basilica di San Martino ad Alzano Lombardo sono esposte quattro tele di Gian Paolo Cavagna. Si tratta di San Martino dona il mantello al povero (sulla controfacciata), San Martino resuscita un bambino morto e San Martino in cattedra e quattro santi (nel presbiterio), L’Assunzione della Vergine (nella Cappella del Rosario). Inoltre due dipinti del pittore, provenienti dal presbiterio dalla Chiesa di San Pietro Martire. sono conservati nel Museo San Martino.

Si tratta della stupenda pala raffigurante la Trinità e Disciplini bianchi in adorazione, vero e proprio capolavoro sospeso tra profondità teologiche e acuto senso della realtà, in particolare nello sfondo in cui si possono riconoscere luoghi di Alzano Lombardo, e l’Adorazione dei Magi, opera databile alla fine del XVI secolo ed alla piena maturità dell’artista.

Giovan Paolo Cavagna nasce con ogni probabilità nel 1550, a Bergamo, da una famiglia originaria di Averara. Il suo apprendistato avviene presso la bottega di Cristoforo Baschenis il Vecchio, pittore un po’ attardato nello stile, anch’egli originario dello stesso paese. Già nel 1572 è dichiarato “pictor”, mentre nel 1573-74 collabora con un artista anch’esso proveniente dalla stessa località della Valle Brembana, Giovan Battista Guarinoni d’Averara, il maggior interprete della cultura tardo manierista a Bergamo tra ottavo e nono decennio del Cinquecento. Questi infatti lo vorrà come aiuto nella decorazione di Palazzo Morando. La sua opera pittorica fu influenzata anche dall’arte di Jacopo Bassano e di Paolo Caliari, il Veronese. Le sue prime pale sono comunque improntate ad una originale e personale rielaborazione di idee di Giovan Battista Moroni, il grande artista, morto nel 1579, che aveva segnato la strada della pittura della Controriforma in terra bergamasca. Presso la sua bottega è possibile che Giovan Paolo abbia completato la sua preparazione. Di Moroni inoltre Cavagna continuerà la realistica vena di attività ritrattistica. Operante in pieno clima controriformistico, Cavagna si dedicò tuttavia soprattutto a soggetti devozionali, ispirati alla ricca linea spirituale, intrisa di valori morali, aperta da San Carlo Borromeo e poi continuata dal cugino cardinale Federico, la cui influenza si estese ben al di là dei confini della diocesi milanese.

Tra le varie opere religiose dell’artista spiccano lo Stendardo dei Disciplini verdi per la Chiesa di San rocco a Bergamo (1591), l’Ultima Cena per la Basilica di San Martino e Santa Maria Assunta a Treviglio (1602), L’Addolorata per la Chiesa di San Pancrazio a Gorlago (1604), il Miracolo dell’acqua che sgorga dall’arca dei Santi Fermo, Rustico e Procolo per il Monastero di San Benedetto a Bergamo (1621), il Martirio di Sant’Alessandro nell’abside della Chiesa di Sant’Alessandro in Colonna a Bergamo (1623), oltre agli affreschi nella cupola di Santa Maria Maggiore a Bergamo, eseguiti in tarda età, nel 1615.

Giovan Paolo Cavagna morirà a Bergamo nel 1627.

L’ Adorazione dei Magi, oggi al Museo d’Arte Sacra San Martino, era in origine collocata in San Pietro Martire ad Alzano Lombardo, sull’altare dell’Epifania, in una delle due absidiole laterali del grandioso presbiterio.

Il dipinto presenta una struttura complessa e dinamica, già anticipante la teatralità seicentesca. Le tre figure dei Magi, il Bambino (vero e proprio fulcro della composizione), la Vergine e il protettivo e un po’ in disparte Giuseppe formano due linee oblique ascendenti e contrastanti, che sottolineano anche l’approfondirsi dei piani; mentre il maestoso accenno di architettura classicheggiante sulla destra lascia spazio dal lato opposto ad uno spazio aperto in cui l’occhio si perde seguendo la cavalcata dello sfarzoso corteo. Qui il pittore bergamasco gioca su un aspetto quasi trasfigurato e fiabesco, creando una sensazione notturna ed irreale, tutta giocata su aspetti luministici che si perdono in profondità.

In tutti i particolari del dipinto è poi eccezionale la restituzione della ricchezza dei tessuti degli abiti che richiama lo stile del Moroni.

In particolare la figura del paggio che tiene tra le mani la corona di Melchiorre spicca in primo piano per la luminosità serica dei suoi bianchi. La figura  è in realtà tratta da un’invenzione di Francesco Bassano ed era già stata impiegata da Cavagna nell’Ultima Cena di Lovere, datata al 1589. Tuttavia qui l’immagine è ripresa in modo naturalistico assai più convincente. La scioltezza della pennellata mostra poi l’evidente influsso di modelli stilistici veneziani.

Il tema del magi che, secondo il racconto del Vangelo di Matteo, giungono “da lontano”, dall’Oriente, seguendo la stella per adorare il neonato “re dei Giudei”, il Bambino Gesù, e portargli in dono oro, incenso e mirra (simboli della regalità, della divinità e del sacrificio salvifico di Cristo) è stato uno dei più sentiti e raffigurati in tutta la tradizione dell’arte cristiana. Spesso al racconto biblico sono poi stati aggiunti con dovizia particolari ed immagini prese da tutto un fiorire di racconti apocrifi, molto diffusi in particolare nel Medioevo. Sarà proprio in quest’epoca che i Magi, che avevano assunto il numero di tre in rappresentanza di tutti i “Gentili”(tre erano i figli di Noè: Sem, Cam e Jafet, dai cui discendenti erano nati tutti i popoli della Terra),  vennero identificati in Caspar, Baltasar e Melchior. Nomi ai quali la traduzione aggiunse la qualifica di re, trasformandoli così nei Tre Re Magi (Gaspare, Baldassarre e Melchiorre). 

Come già detto però fulcro visivo e simbolico di tutto il dipinto è la figura del Bambino fra le braccia di Maria (che indossa le tradizionali vesti rosse e blu; richiami all’Umanità e alla Divinità del Figlio). Il piccolo Gesù è colto nel momento in cui ricevuto il primo dono e apertolo, si rivolge interrogativo alla Madre: il calice che il Cristo tiene fra le mani richiama una pisside, l’oggetto liturgico che contiene le ostie consacrate. Ecco che la scena  appare così, improvvisamente, totalmente trasformata: il Magio, che ha portato doni al Bambino e lo ha riconosciuto come Re e Salvatore, si appresta ora a ricevere piamente in dono ben altro, addirittura il Cristo stesso che si appresta infatti a donarsi all’Umanità tutta sotto forma di particola consacrata, nel sacrificio salvifico dell’Eucaristia.

a cura di Riccardo Panigada – (Conservatore e Rettore del Museo d’Arte Sacra San Martino)

In ottemperanza al Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 3 novembre 2020 il Museo San Martino rimarrà chiuso al pubblico dal 5 novembre 2020. Sono sospese anche tutte le visite e i laboratori previsti.

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